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Risolvere i problemi in 6 mosse

Nell’articolo della scorsa settimana abbiamo scoperto insieme l’importanza di risolvere i problemi, ma questo sono sicura che lo avete imparato anche sulla vostra pelle, scoprendo e vivendo anche le soddisfazioni che si provano quando si porta a casa una vittoria.

Oggi voglio approfondire, insieme a voi, 6 mosse per affrontare in maniera efficace e flessibile problemi di qualsiasi natura, che siano in ambito personale, professionale o famigliare.

Vi invito a leggere l’articolo fino alla fine per portarvi a casa un modello pratico e funzionale, e per il suo scopo mi sono ispirata ad alcuni libri che vi svelerò in seguito, per approfondire l’argomento ed arricchire la vostra crescita personale.

Il processo di Problem Solving strategico, definito dal professor Giorgio Nardone come “L’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili” prende vita dal processo di ricerca scientifica secondo cui il famoso epistemologo Karl Popper indicava 6 fase per condurre e osservare una ricerca.

  1. Individuare il problema.
    Per assicurarmi di risolverlo nel migliore dei modi devo prima di tutto definire la sua natura e le sue caratteristiche. Spesso, se non sempre, ci focalizziamo sul perché una determinata cosa si verifica nella nostra vita, e come avevo accennato nell’ultimo articolo, questo approccio è disfunzionale perché ci tiene vincolati al passato dove tutto ebbe inizio, e vincolandoci ad esso non ci aiuterà a risolvere la questione.

“Sono le soluzioni che spiegano i problemi e non viceversa

Come si definisce un problema e le sue caratteristiche?
Rispondendo alle seguenti domande:

  • Cos’è effettivamente il problema?
  • Chi ne è coinvolto?
  • Dove si verifica?
  • Quando appare? Sempre o solo in particolari circostanze?
  • Come funziona? Come si manifesta?

Definire in questo modo un problema ci aiuta ad osservarlo da più punti di vista e con prospettive diverse rispetto alle nostre solite idee e rigide interpretazioni.

2. Si studiano le “Tentate Soluzioni”

Quali sono quelle azioni che abbiamo già attuato per cercare di risolvere il problema e soprattutto con quali esiti? Positivi o Negativi?

Questo passaggio ci permetterà di individuare il modo attraverso il quale siamo soliti intervenire per affrontare le nostre sfide, ci porterà soprattutto ad una nuova consapevolezza nel caso in cui ci rendessimo conto di applicare strategie disfunzionali, e ci farà capire che tutto ciò che non funziona e non ci porta il risultato che desideriamo va abbandonato immediatamente.

Se il nostro solo strumento è un martello, ogni problema assomiglierà ad un chiodo da battere” Bill Gates

Continuare a replicare strategie che non funzionano o che hanno funzionato in passato e in altre circostanze diventa dispersivo e inutile per risolvere il problema in essere.

3. Ricerca di soluzioni alternative

Il terzo passaggio, come si può intuire, riguarda la ricerca delle possibili soluzioni che possiamo attuare, e la nostra creatività in questa fase è un’ottima alleata.

Il mio suggerimento personale è quello di prepararsi a dover attuare tante e diverse soluzioni, i famosi piani A, B, C e via dicendo.

4. Applicare le strategie escogitate al punto precedente

La chiave di svolta di questa quarta fase sta nel partire in piccolo, apportare il minimo cambiamento fin da subito, Lao Tzu insegna:

Ogni lungo viaggio inizia con un primo passo

Spesso l’dea di dover cambiare una determinata cosa in maniera drastica, radicale e in tempo zero ci spaventa, ed ecco che l’ancora di salvataggio diventa la strategia dei piccoli passi.

5. Misurare gli effetti

Il penultimo passaggio ci permette di valutare, osservando i risultati che otteniamo passo dopo passo, e in questo modo il punto N.6 arriva in maniera molto naturale.

6. Aggiustare la strategia d’intervento per renderla più efficace.

Se misurando gli effetti ci dovessimo rendere conto che qualcosa non funziona e che i risultati che stiamo ottenendo non sono quelli che progettavamo, possiamo apportare tutte le modifiche che riteniamo più opportune.

Questo approccio molto flessibile e adattabile ci aiuta a risolvere le nostre “rogne” a sviluppare quella capacità di adattamento e quel senso di realizzazione e soddisfazione impagabile che viviamo quando riusciamo ad ottenere ciò che desideriamo.

La nostra felicità dipende da molteplici fattori, alcuni possono essere soggettivi e altri oggettivi.

Il mio personalissimo invito è quello di appassionarti a cose, avvenimenti e situazioni che ti rendano felice, cerca sempre di coltivarle e alimentarle, e se dovesse capitare di inciampare in qualche problema ora conosci un modo per affrontarli passo dopo passo, trasformando quella particolare difficoltà in opportunità per crescere e migliorare.

La prossima settimana parleremo di come sbarazzarsi delle “rimandite” e vedremo insieme alcuni spunti pratici e immediati per smettere di procrastinare.

Un abbraccio

Natalia

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Perché risolvere i problemi ci rende più felici?

Immagino che l’anno nuovo sia iniziato con un sacco di buoni propositi e un elenco di cose da fare e non fare, da avere e non avere, anche nell’ultimo articolo abbiamo parlato dell’importanza di scegliere con cura le proprie battaglie e di dove indirizzare le nostre energie.

In questo articolo scopriremo insieme alcuni aspetti, soffermandoci su uno in particolare, che ci rende davvero felici, alimentando anche la nostra autostima e la sicurezza in noi stessi.

Ora, immagina per un attimo di essere a fine anno e di aver realizzato tutti, e dico tutti i tuoi buoni propositi fissati a gennaio. Osserva bene le sensazioni che avverti, la soddisfazione che provi, il sorriso soddisfatto che ti avvolge e quella vocina dentro la tua testa che ti urla “Grandissim*, ce l’hai fatta!!!

Eh lo so, si sta che è una meraviglia 😉

Ma ahimè, o per fortuna (dipende dai punti di vista), siamo solo all’inizio della nostra maratona.

E voi lo sapete meglio di me che lungo questo tragitto ci sono momenti di grande euforia e positività, ma anche di sconforto e insicurezza e altri ancora in cui affrontare certe situazioni non fa altro che alimentare l’ansia da prestazione, da risultato, e come se non bastasse le ansie che arrivano dal mondo esterno, come ad esempio le aspettative familiari o sociali.

E qui mi vengono in mente le parole di Lev Tolstoj “Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo

Che cosa ci rende davvero felici oggi? Come si misura la felicità? Quanto dura?

Leggendo il libro di Mark Manson mi sono imbattuta in questa frase che mi ha illuminato:

I problemi sono finiscono mai; vengono solo sostituiti e/o potenziati. La felicità nasce dalla loro risoluzione

Ora, ripensate a tutte quelle volte in cui avete risolto un problema, come vi siete sentiti?

Quali sensazioni avete provato? Di sicurezza in voi stessi, di realizzazione personale o professionale?

Sofferenza e dolore fanno parte della vita di ognuno di noi, una persona ricca sarà preoccupata per la sua ricchezza, quella povera sarà preoccupata su come arrivare a fine mese e sfamare la famiglia, chi soffre per la propria insoddisfazione professionale o ha paura di perdere quello che ha conquistato.

Tutti questi stati d’animo si trasformano in realizzazione, soddisfazione e piacere nel momento in cui vengono risolti i rispettivi problemi, la persona ricca trova una soluzione per gestire il suo patrimonio in sicurezza, quella povera trova un lavoro ben retribuito e via discorrendo.

Accettando quanto prima che la sofferenza è parte indispensabile e fondamentale per la nostra evoluzione come esseri umani diventiamo consapevoli e in grado di andare oltre, alla fase successiva.

Questo articolo non vuole essere l’ennesima lezione di vita su come accettare gli aspetti negativi, essere resilienti e perseverare, anzi, continua a leggere e scoprirai qualcosa di molto interessante e soprattutto utile.

La felicità arriva solo quando scopri quali sono i problemi che ti diverti ad avere e risolvere

I tipi di problemi da risolvere variano a seconda delle persone, del contesto, del genere di problema tangibile come ad esempio vincere una gara o perdere 5 kg, oppure intangibili come ad esempio migliorare il rapporto con la tua amica o ritrovare la motivazione, ma il concetto rimane invariabile: “Risolvi un problema, sii felice

Come in tutte le situazioni anche qui ci imbratteremo in diverse sfumature e atteggiamenti in base alle persone che incontreremo, potremo trovare i negazionisti, coloro che negano l’esistenza di qualsiasi problema nella propria esistenza, e per credere a questa tesi sono costrette a creare realtà alternative per distrarsi da quella vera. Oppure potremo trovare un’altra categoria molto affascinante, ovvero i vittimisti, e state pur certi che questa categoria sarà sempre pronta ad incolpare tutti tranne che loro stessi per le proprie disgrazie.

Se non appartenete a nessuna di queste due categorie o volete fare un cambio di paradigma allora procediamo con la scoperta di quello che è lo strumento indispensabile per incrementare la felicità.

Come risolvere i problemi in maniera efficace?

Sono sicura che ognuno di noi possiede il proprio modello di come risolvere i problemi di qualsiasi natura, un modello costruito negli anni, grazie alle infinite esperienze passate che vi hanno insegnato cosa funziona e cosa non funziona.

Sono anche sicura che almeno una volta nella vita la prima reazione che avete avuto di fronte ad un problema sia stata: “Ma noooo, capitano tutte proprio a me? Ma perchè? Cosa ho fatto di male?”

Quante volte ti è capitato?

Ecco, il punto sta proprio qui, cercare una soluzione nel passato chiedendosi il perché è successo, non ci aiuterà a trovare una soluzione, anzi, ci terrà vincolati al passato impedendoci di andare oltre e spostare il nostro focus verso una o più soluzioni funzionali che ci permettano di risolvere il problema e di conseguenza essere felici.

“Troppo spesso, di fronte a un problema, si ha la tendenza a cercare la spiegazione piuttosto che la soluzione.” Giorgio Nardone

Nel prossimo articolo, tra una settimana, scopriremo insieme quali sono le fasi più funzionali, efficaci e soprattutto flessibili per risolvere un problema.

Non perderti l’articolo perché all’interno troverai chicche preziose per arricchire e migliorare le tue capacità da Problem Solver.

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Cosa possiamo imparare dalle situazioni sfidanti

Negli articoli precedenti abbiamo avuto modo di capire insieme gli effetti dello stress sul nostro organismo e abbiamo scoperto che è anche possibile cambiare le nostre idee in merito a questo fenomeno. E’ vero, ci vuole un grande lavoro su se stessi per sviluppare la consapevolezza necessaria.

Abbiamo scoperto, grazie al contributo di diversi psicologi citati precedentemente e ai diversi test ed esperimenti, che lavorare su di noi per produrre una risposta di sfida allo stress ci permette di focalizzarci sulle nostre risorse, aumentare la concentrazione, sviluppare la resilienza ed accrescere la fiducia e la sicurezza in noi stessi.

Essere consapevoli della propria adeguatezza alle sfide delle vita può fare la differenza tra la speranza e la disperazione, la perseveranza e la sconfitta” K.MG.

Laura Cousino Klein, in seguito ad una ricerca post – dottorato, decise di approfondire gli aspetti sociali dello stress soprattutto osservando gli atteggiamenti femminili. I risultati hanno dimostrato che in condizione di stress, le donne tendono a dedicarsi ad altri, prendendosi cura delle persone che le circondano, come ad esempio quelle della propria famigli, come i propri figli o i propri genitori. Questo impulso di entrare in relazione con chi ci circonda, sostiene la Klein, è una fonte di resilienza, e tale atteggiamento è stato definito dalla ricercatrice “tend – and – befriend”.

Questo tipo di risposta allo stress rappresenta biologicamente la riduzione della paura e l’aumento della speranza, e negli articoli precedenti abbiamo scoperto insieme che lo stress può aiutarci a diventare più concentrati e focalizzati sulla nostra sfida da affrontare.

Un atteggiamento “tend – and – befriend” ci rende più coraggiosi, fornendo quel mix chimico perfetto di neurotrasmettitori che ci aiutano a sviluppare empatia e fiducia, coraggio e propensione all’azione, concentrazione e focus.

Che cosa possiamo imparare dai risultati di queste ricerche?

Sicuramente che nel momento in cui mettiamo a disposizione delle altre persone le nostre risorse e attenzioni siamo noi per primi a trarne beneficio. Riuscire a trasformare attraverso una visione più ampia e globale la fonte del nostro stress ci aiuta a trasformare la risposta che il nostro organismo ci fornisce e di conseguenza a trasformare un segnale che fino a ieri reputavamo negativo in qualcosa di positivo e funzionale.

La psicologa Mc Gonigal ci aiuta a sviluppare questa flessibilità, invitandoci a rispondere ad alcune domande, come ad esempio:

  • “Che tipo di impatto positivo desidero avere sulle persone che mi circondano?”
  • “Quale scopo mi inspira nella vita, o nel lavoro?”
  • “Quali cambiamenti desideri determinare?”

Una domanda alla quale vi invito io a rispondere è invece la seguente:

  • La situazione che oggi reputate stressante, mi aiuterà a realizzare ciò che desidero per il mio domani?

Se la risposta a quest’ultima domanda è affermativa, allora non vi resta che impegnarvi a trasformare la vostra percezione dello stress e indirizzare le vostre energie alla realizzazione dei vostri progetti professionali e personali.

D’altronde se fate mente locale sugli eventi della vostra vita, vi renderete conto che dai momenti più sfidanti e impegnativi sono nate nuove opportunità che avranno cambiato definitamente il corso della stessa.

“Le avversità, possono generare resilienza” Mark Seery

Per concludere questo articolo voglio condividere con voi un esercizio che ho trovato molto utile nel libro “Il lato positivo dello stress”, e che vi consiglio caldamente di leggere.

“Ripensate un’esperienza stressante del vostro passato, in occasione della quale avete perseverato o appreso qualcosa di importante. Prendetevi un po’ di tempo per riflettere su ciò che quella vicenda vi ha insegnato a proposito dei vostri punti di forza e al modo in cui avete affrontato lo stress. Impostate un timer, concedetevi 15 minuti, e scrivete di quell’evento, rispondendo a una o a tutte le seguenti domande:

  • Cosa hai fatto per aiutarti a superare quella situazione? A quali risorse personali hai fatto riferimento e quali punti di forza hai impegnato? Hai cercato informazioni, consigli, o qualsiasi altro tipo di supporto?
  • Cosa ti ha insegnato questa circostanza rispetto alle modalità con cui affronti le avversità?
  • In che modo questo fatto ti ha reso più forte?

Ora pensate a una situazione attuale che vi mette in difficoltà.

  • A quale di quei punti di forza e a quali risorse puoi attingere in questa situazione?
  • Ci sono abilità di coping o punti di forza che desidereresti sviluppare? Se è cosi, come potresti iniziare a sfruttare questo contesto, inteso come un’opportunità per crescere?”

Rispondendo a queste domande diventerete consapevoli di alcune dinamiche che a volte diamo per scontate e che dimentichiamo, nonostante facciano parte della nostra vita e della nostra esperienza.

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La correlazione tra i livelli di stress e una vita di valore

Sono rimasta molto stupita quando ho letto i risultati dei ricercatori del Gallup World Poll, in seguito ad un’indagine per calcolare l’indice dello stress nazionale, e se volete approfondire i dettagli della ricerca vi invito a leggere il libro “Il lato positivo dello stress” di Kelly McGonigal.

La scoperta stupefacente di questa ricerca è stata che più alto era l’indice di stress di una nazione e maggiore era il livello di benessere di quest’ultima, in maniera direttamente proporzionale, l’autore definisce questo effetto “il paradosso dello stress”.

Com’è possibile che un fenomeno classificato dalla maggior parte di noi come qualcosa di negativo sia correlato in maniera paradossale al nostro benessere alla nostra felicità?

Uno dei motivi perché questo accade è che lo stress sembra essere una conseguenza dell’impegno che ci mette una persona per realizzare e raggiungere obiettivi che ritiene importanti, come ad esempio conseguire una laurea affrontando un esame alla volta, sottoporsi a sfide ambiziose in campo lavorativo per costruire e raggiungere lo scopo desiderato, oppure decidere di diventare genitore e crescere i propri figli. Lo stress può essere considerato come quell’indicatore che ci aiuta a trovare il senso del perché stiamo vivendo tale situazione e soprattutto se è in linea e coerente con i nostri valori e i nostri desideri.

Le persone più sono impegnate e più sono felici, se avete dei dubbi al riguardo riflettete sulla vita delle persone che una volta raggiunta la pensione si tengono impegnate con attività di hobby o volontariato perché altrimenti rischiano di annoiarsi e di spegnersi, oppure ricordatevi di come vi siete sentiti all’inizio della pandemia Covid19, dove siamo stati costretti a stare chiusi in casa e di conseguenza meno impegnati nella nostra routine ricca di impegni.

“Lo stress ci sfida a trovare il significato della nostra esistenza”

Quello che possiamo fare è cambiare il punto di osservazione e l’approccio nei confronti di questo fenomeno.

Come farlo?

Prima di tutto individuare la fonte, l’evento o la situazione che vi stressa, successivamente soffermarsi a riflettere e possibilmente anche scrivere su un foglio di carta il PERCHE’? Perchè ciò che state vivendo è importante per voi? Quali sono i veri motivi che vi spingono ad agire?

Compilare la risposta a queste domande vi permetterà di prendere consapevolezza dei valori che vi guidano, trasformando il pensiero che vi turba in merito all’esperienza stressante in capacità di affrontarlo, rendendovi in grado di cogliere il significato delle varie circostanze sfidanti.

Per riprendere l’argomento dei valori vi invito a (ri)leggere l’articolo del 13 settembre 2021.

Ricordarsi dei propri valori diventa fondamentale quando non si può eliminare o gestire lo stress, o quando non si possono cambiare le variabili o le situazioni che lo provocano, perché ci permette di riordinare e gestire le nostre priorità.

“Quando lo stress è una componente di ciò che rende qualcosa significativo, cercare di escluderlo non ci consente di sbarazzarcene. Invece, prendersi del tempo per elaborare completamente e rendere significativo ciò che è stressante può trasformarlo in qualcosa che, invece di svuotarci, ci sostiene.”

Fonte: “Il lato positivo dello stress” Kelly McGonigal

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Siamo davvero noi stessi?

Negli articoli precedenti del mese di settembre ci siamo concentrati su come individuare i nostri punti di forza e anche quelli di debolezza, come individuare e cambiare le credenze disfunzionali, come scegliere i nostri valori e quali azioni svolgere per rimanere fedeli ad essi.

La domanda che mi sorge è – se fare però tutto questo lavoro ci permette davvero di essere noi stessi.

La risposta come sempre sta nel mezzo: DIPENDE

Fin da quando siamo bambini veniamo sottoposti ad aspettative più o meno grandi da parte dei nostri genitori, sul buon comportamento, sulla postura, sul rendimento scolastico, e cosi via dicendo.

Tutte queste influenzano inconsciamente il nostro comportamento e ci guidano a fare azioni che siano all’altezza delle aspettative che le altre persone proiettano su di noi. Man mano che cresciamo a questo cerchio si uniscono e si vanno ad aggiungere altre persone come professori, amici, colleghi di lavoro o i nostri responsabili.

Quindi dove sta il confine tra la nostra spontaneità, la nostra autenticità e il nostro modo di costruito di agire ?

Come rimanere fedeli al nostro vero io ?

Lo psicologo Abraham Maslow, nella sua “piramide dei bisogni” definisce l’autenticità un bisogno fondamentale della propria esistenza.

Oggi come oggi, anche attraverso il mondo dei social ognuno di noi a modo suo cerca di soddisfare questo bisogno, rispettando dei canoni che la stessa società e lo stesso mondo dei social impone indirettamente. Le aspettative del mondo esterno influenzano inevitabilmente il nostro comportamento e le nostra azioni, e dunque risulta davvero difficile riuscire ad essere veramente noi stessi.

Gli psicologi descrivono il rapporto tra come vorremmo agire e come agiamo realmente come un rapporto tra i desideri consci e quelli inconsci, e distinguono gli obiettivi espliciti dalle motivazioni implicite che ci guidano. A differenza degli obiettivi espliciti che possono essere dichiarati o meno, le motivazioni implicite non sono cosi chiare, e spesso per conoscerle bisogna affidarsi a una persona esperta o essere in grado di sviluppare una grandissima consapevolezza di se stessi, per scoprire quali sono le nostre leve motivazionali più profonde, ma soprattutto più autentiche.

Un divario troppo ampio tra questi due parametri a lungo andare può provocare sensazioni di disagio, e grazie ai loro studi nel 2005 Nicola Bumann e Julius Kahl (Università di Osnabruck) hanno scoperto che l’incongruenza tra obiettivi e motivazione influisce sul nostro benessere.

Come uscire da questo circolo vizioso?

  • Prendersi del tempo con se stessi
    • Lasciare spazio alle nostre sensazioni più profonde ed ascoltarle senza giudicare
    • Scrivere i nostri pensieri per prendere maggiore consapevolezza
    • Meditare e fare yoga, poiché aiuta tantissimo a entrare in contatto con se stessi.

Come possiamo notare si tratta di far emergere il nostro lato creativo, spirituale ed emotivo proprio perché tutti gli aspetti razionali e cognitivi ci riporterebbero ai nostri obiettivi espliciti.

Il coach Stephen Joseph sostiene che chi tende a non considerare le aspettative altrui riesce a percepire meglio le cose e gli aspetti a cui tiene davvero, e chi riesce a liberarsi dalle interferenze esterne aumenta lo spazio e le energie per entrare in contatto con se stessi.

ATTENZIONE!!!

Impegnarsi ed adeguarsi per essere all’altezza delle aspettative altrui significa contribuire alle relazioni sociali e costruire un buon rapporto con le persone che ci circondano sia in ambito personale che professionale. Quello che ci insegna lo psicologo canadese Delroy Paulhus è che dobbiamo sviluppare la “flessibilità funzionale”, ovvero “l’arte di adattarsi a diverse situazioni” con l’obiettivo di raggiungere le nostre aspirazioni implicite.

Fonte: Rivista Mind (settembre 2021)

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Fare la differenza

In un mondo a portata di mano, dove siamo sempre connessi e circondati dall’illusione di sapere tutto e niente, è sempre più difficile individuare e sviluppare le proprie competenze e capacità che ci distinguono dalle persone che ci circondano, sia in ambito professionale che personale.

Ci sono delle linee guida e delle indicazioni che possono aiutarci a creare una nostra mappa individuale e personalizzata e che cambia a seconda delle nostre esigenze?

Ci sono delle indicazioni che ci aiutano a ritrovare l’orientamento tutte le volte che ne abbiamo bisogno o tutte le volte che sentiamo la necessità di mettere in discussione qualche aspetto della nostra vita?

In questo articolo vedremo alcuni aspetti fondamentali che ci possono aiutare a creare la nostra bussola e il nostro percorso individuale e ci focalizzeremo sulle domande che possiamo farci per trovare le risposte che cerchiamo, perché il nostro futuro dipende in parte proprio da quei quesiti che ci poniamo nel presente.

Prima di partire alla scoperta di mondi inesplorati e avventurarci in sentieri sconosciuti è bene fermarsi un attimo e riflettere su quello che abbiamo già visto visto e vissuto fino ad oggi, su tutto quello che le nostre esperienze precedenti ci hanno insegnato e sulla persona che siamo diventati grazie ad esse.

Come ormai ben saprete, il mio invito è quello di rispondere alle domande sottostanti in forma scritta perché vi permetterà di prendere maggiore consapevolezza ed eventualmente tornarci su in un secondo momento per arricchire il pensiero e la risposta che avete segnato.

Quali sono i nostri punti di forza e i nostri punti di debolezza?

Rispondendo a questa domanda ci permetterà di prendere consapevolezza di quelli che sono i nostri limiti o di quello che crediamo lo siano e di capire quali sono le aree dove vogliamo migliorare, o anche semplicemente amarci ed apprezzarci per quello che siamo. La risposta a questa domanda ci permetterà di capire quali sono le azioni che mettete in atto, i pensieri che fate in merito ad una sfida da affrontare o un problema da risolvere, ma soprattutto vi aiuta a capire se questi sono funzionali o meno. Se non sapete quali sono i vostri punti di forza o di debolezza vi invito a seguire l’insegnamento del filosofo di management Peter F. Drucker e prendere nota dei feedback che vi date o che ricevete in seguito ad un compito svolto o un obiettivo raggiunto.

Come lavorate? – Come imparate?

Ognuno di noi indipendentemente dal lavoro che fa e dal ruolo che svolge si distingue per il metodo che mette in atto nell’organizzarsi e nel relazionarsi con i propri colleghi/clienti. Individuare questo schema ci consente di monitorare i risultati che otteniamo, la qualità del lavoro che svolgiamo ed eventualmente qualora i risultati non fossero di nostro gradimento ci permette di prendere consapevolezza degli aspetti e dei requisiti che vorremo acquisire ed imparare, e di conseguenza possiamo affermare che diventa fondamentale individuare il nostro metodo di apprendimento.

Per stare al passo con le competenze richieste sul mercato e per essere sempre più competitivi diventa essenziale imparare in fretta e bene, e come in tutte le cose ognuno di noi ha il suo modo di apprendere, perché ad esempio c’è chi impara velocemente leggendo un testo e prendendo appunti o creando mappe mentali e chi invece impara rapidamente ascoltando un audiolibro, un podcast o un videocorso.

Più prendiamo consapevolezza di come funzioniamo e di quali sono i modelli di apprendimento e lavoro che mettiamo in atto quasi inconsapevolmente e più aumentano le probabilità di migliorare e perfezionare il nostro operato, di conseguenza anche i risultati che otteniamo.

Quali sono i tuoi valori?

I nostri valori sono il frutto dell’educazione che abbiamo ricevuto e sono rappresentati dagli insegnamenti che abbiamo tratto dalle nostre esperienze, che rappresentano il motivo per cui facciamo ciò che facciamo, sono il motore delle nostre azioni e delle nostre abitudini, perché nel complesso ci rendono la persona che siamo o ci stimolano a diventare la persona che vorremmo. Soffermarsi, riflettere e prendere consapevolezza dei nostri valori ci permette di allinearci alla nostra missione di vita, sviluppando la coerenza necessaria a prendere le giuste decisioni per noi stessi.

In un mondo che corre alla velocità della luce, dove sono sempre più richieste skills e competenze ambiziose ed eccellenti, coraggio e determinazione, diventa fondamentale crearsi un posto sicuro, un’ancora che ci permette di connetterci con noi stessi e con i nostri desideri, per evitare di perdere l’orientamento e seguire una direzione che non è la nostra.

Fonte “Gestire se stessi” Peter F.Drucker

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Come gestire il piacere

Di primo impatto una persona potrebbe anche chiedersi perché dovrebbe imparare a gestire un’emozione cosi gradevole come IL PIACERE.

Come in tutte le cose che ci circondano l’eccesso di qualsiasi genere di piacere potrebbe diventare disfunzionale e distruttivo, per esempio se non gestito e controllato il piacere del cibo si potrebbe trasformare in bulimia o anoressia, il piacere del gioco virtuale si potrebbe trasformare in una dipendenza e potremo continuare all’infinito. Proprio per questo motivo diventa fondamentale imparare ad ascoltare sé stessi, le proprie esigenze ed i rispettivi limiti.

Come si fa a controllare un’emozione come il piacere senza diventare vittima di quest’ultima?

Concedendomi quello che provoca piacere in maniera controllata ed equilibrata, “cosi la trasgressione pianificata permette di tenere sotto controllo il piacere, orientandolo in una direzione costruttiva” G.Nardone.

La felicità, il piacere e il benessere psicofisico ed emotivo rappresentano l’apice della realizzazione personale per ognuno di noi in maniera differente, perché per ognuno di noi questi concetti sono soggettivi e sono frutto di attività simili o completamente diverse.

La chiave come ci insegna il filosofo Georg Lichtenberg è “rendere il migliore possibile ogni istante della vita, da qualsiasi mano del destino ci siamo inviato: in ciò consiste l’arte di vivere”.

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Come tenere monitorati i nostri risultati

Per rispettare ogni piano d’azione, indipendentemente dal settore, dalla complessità e dalla grandezza, bisogna partire con il primo passo. Il segreto è quello di incamminarsi lungo quel sentiero compiendo anche la più piccola azione, quasi impercettibile, per cambiare anche solo di un grado la nostra direzione ed essa ci permetterà di intraprenderne altre, che saranno la conseguenza naturale di quell’atto di coraggio che ci siamo concessi all’inizio.

Perché è importante avere un metodo per monitorare i risultati?

Potrebbe capitare che durante il percorso ci siano momenti e situazioni scoraggianti e difficili da superare, e proprio in questi momenti è fondamentale avere la consapevolezza di tutto il lavoro svolto fino a quel momento, e soprattutto di tutte le energie investite per avviare il progetto iniziale.

Leggendo un articolo di Virginio De Maio, autore e ricercatore, ho sposato il metodo che ha creato, e personalmente lo trovo molto efficace per tenere monitorato l’andamento del mio piano d’azione, tutte le volte che ho la sensazione di perdere l’orientamento e il controllo delle mie azioni. Il protocollo che ha creato Virginio De Maio è S.C.A.L.A, che è molto semplice da ricordare se si vuole considerare che per realizzare un progetto bisogna salire la propria scala gradino dopo gradino e passo dopo passo.

Questo acronimo si può così sintetizzare:

S – “situazione futura” – riprendendo alla mano il nostro piano d’azione ci focalizziamo sul progetto che vogliamo realizzare, o sulla situazione futuro che intendiamo raggiungere, e tutto ciò ci permetterà di ricordare perché siamo partiti e qual è la nostra direzione.

C – “consapevolezza” – prendersi il tempo necessario per contemplare tutto il lavoro che si è fatto dal punto di partenza ad oggi.

A – “autostima” – come vi fa sentire realizzare che rispetto al punto di partenza avete fatto dei passi in avanti per avvicinarvi al risultato desiderato? Quanto ha alimentato la sicurezza in voi stessi?

L – “leva motivazionale” – arrivati a questo punto che cosa ti manca per fare il passo successivo? Di quali strumenti hai bisogno per salire sul gradino superiore del tuo piano d’azione?

A – “azione” – ora che hai individuato che cosa ti serve per andare oltre, il passo successivo è rispondere alla domanda: che cosa puoi fare per andare al livello successivo del tuo piano d’azione? Quale sarà il prossimo passo che puoi compiere lungo il tuo viaggio e continuare il tuo percorso?

Rispondendo a queste domande avremo la possibilità di realizzare tutti quei passaggi che abbiamo già svolto e che ci hanno dato la spinta per iniziare a muoverci, ci permetterà di realizzare tutto il lavoro che è già stato fatto e soprattutto ci aiuterà a capire cosa ci manca per continuare il nostro viaggio.

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